Badante

Donne del sud che si prendono cura di uomini del nord

L’Italia è coinvolta come Paese d’insediamento in una ragnatela di sistemi migratori da oltre un trentennio. Nel corso del tempo, questi sistemi migratori si sono sviluppati in modo significativo pertanto il tasso di crescita della popolazione straniera in Italia è tra i più alti d’Europa.

Come riportano G. Sciortino e A. Colombo nello studio Stranieri in Italia. Un’immigrazione normale (Il Mulino, 2003) “tale presenza straniera è divenuta rapidamente una caratteristica strutturale della società italiana: dalle dinamiche del mercato del lavoro ai cambiamenti nell’organizzazione della vita domestica, dal funzionamento del regime di welfare all’organizzazione degli spazi urbani, un numero crescente di dimensioni della vita sociale ed economica in Italia possono essere comprese solo tenendo presente l’esistenza degli immigrati”.

È questa verificabile constatazione, che ci dovrebbe far parlare oggi in Italia di una “immigrazione normale”, che spesso non trova riscontro nel cosiddetto discorso pubblico degli italiani. Anzi, “di immigrazione si continua a parlare ed a operare in termini emergenziali come se si trattasse di una novità imprevista e straordinaria…Crisi dopo crisi l’immigrazione continua ad essere percepita e discussa come un fenomeno recente ed anomalo dai contorni misteriosi ed incerti”.

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È in questa stridente dualità che si dibatte la riflessione odierna nei vari mondi della società italiana: da quello della politica, a quello delle istituzioni, dal mondo produttivo a quello dei servizi, da quello dei gruppi sociali a quello dei cittadini. Tale situazione coinvolge tutto il Paese, da nord a sud e da est ad ovest ed investe tutte le regioni italiane.

Rispetto a tale popolazione riteniamo che sia centrale focalizzare l’attenzione sul tema dell’inserimento e dell’integrazione sociale, elemento cardine per accompagnare un processo culturale, da far metabolizzare in primis ai cittadini italiani, che giunga appunto a considerare l’immigrazione un progetto “normale” all’interno del sistema di globalizzazione mondiale e del riequilibrio (auspicato) nord-sud est-ovest a livello socio-economico.

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Immigrazioni: femminile, plurale

Il fenomeno migratorio è stato a lungo considerato un processo prettamente maschile, all’interno del quale gli uomini rappresentavano il primo, e spesso l’unico, agente decisionale, il cosiddetto attore primario. Negli ultimi anni invece, studi approfonditi e di dettaglio sono in grado di rintracciare numerosi casi in cui le donne hanno ricoperto un ruolo da prime protagoniste negli spostamenti e, soprattutto, permettono oggi di mettere in evidenza una progressiva femminilizzazione dell’intero processo migratorio così come determinando consequenzialmente nuove strategie (lavorative, sociali e di collocazione) per strutturare ed enucleare politiche migratorie di genere. Molte comunità migranti, attualmente, partecipano dunque al processo migratorio in Italia con una fortissima migrazione di donne soprattutto provenienti dall’est Europa. La stima delle donne straniere regolarmente presenti in Italia a fine 2006 era di 1.842.000 unità, secondo il Dossier Caritas/Migrantes, pari al 49.9% del totale degli immigrati, con 7 punti percentuali in più rispetto al 1991. Ciò conferma da un lato il costante e consolidato protagonismo femminile nell’attuale processo migratorio, ma dall’altro fa cogliere un elemento cruciale nell’evoluzione del fenomeno migratorio: le donne che rappresentano nelle culture dei Paesi emigranti il fulcro delle relazioni intra-familiari (affettive, di cura, di presa in carico, di presenza fisica, di protezione, tutela e garanzia del sistema-famiglia) emigrano anch’esse determinando una rottura “epistemologica” nelle comunità locali che perdono l’elemento di coagulo e di armonia dei contesti locali.

Donne del sud che si prendono cura di uomini del nord

Nel panorama delle mutazioni e dei cambiamenti strutturali delle politiche sociali nel mondo occidentale certamente gli interventi di cura rappresentano un segmento paradigmatico del possibile scenario di welfare futuro che si delinea all’orizzonte: il primo mondo che invecchia, sta male ed ha bisogno di cure, i vincoli di prossimità e di comunità paralizzati e resi impraticabili dall’autoreferenzialità e dall’individualismo – cercasi disperatamente chi si prende cura dei nostri (tantissimi) anziani, malati cronici, non autosufficienti….

È a questo punto che emergono dal sud (o da luoghi che geograficamente si trovano a est o ovest, ma sempre rappresentati come terzo mondo) coloro che si prendono cura, le donne globali appunto: tate (per i bambini), colf (per le famiglie) e badanti (per i non autosufficienti).

Donne (sempre tenute ai margini del protagonismo e del potere) immigrate, che, nella costruzione del proprio progetto migratorio in cerca di un futuro migliore e più stabile per sé e per la propria famiglia, abbandonano i propri affetti, legami, comunità per “investire” risorse umane, affettive, relazionali, psicologiche e lavorative in interventi di cura e di assistenza intra-familiare delle persone prive di autonomia fisica e/o psichica.
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È a partire da questo scambio di necessità (le persone del Nord in cerca di chi le curi, le donne del Sud in fuga dalla povertà ed alla ricerca di un futuro migliore) che andrebbe garantito un Patto di solidarietà, di reciproco riconoscimento… Eppure le rappresentazioni sociali, gli stereotipi, la distanza ed un unilaterale utilitarismo governano, molto spesso, le relazioni delle nostre comunità locali verso queste donne globali…

Forse il tempo e la necessità (di cura) ci permetteranno di superare quegli steccati che la logica, l’intelligenza e la globalità avrebbero dovuto (e da molto tempo) armonizzare in un “metissage virtuoso” tra culture diverse che si fondano nei vincoli comuni del diritto e nella capacità di costruire insieme la città di tutti…

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Tale intervento di cura determina necessariamente la capacità di riconiugare le politiche di sviluppo locale e di ridefinizione della qualità della vita nei contesti territoriali. Questo significa capire innanzitutto ciò che ha/sta determinando la progressiva de-costruzione dei legami sociali, dei reticoli di reciprocità nelle nostre comunità locali: dalla costruzione urbanistica delle città e dei quartieri (gli spazi che dividono e che non uniscono più) alla crisi della famiglia “appartata”, dalla rottura dei vincoli di reciprocità primordiale e dei reticoli sociali (la famiglia allargata, il vicinato, le reti informali, alla sparizione dell’identità comunitaria. Per farlo è necessario riposizionare la nostra attenzione sulla situazione attuale delle pratiche di welfare sociale nei contesti locali e cogliere le motivazione di perché i gruppi deboli (di cui prendersi cura) siano stati abbandonati a sé stessi (dimensione abbandonica) in una società che ama definirsi garantista e di tutela dei diritti dei più deboli.

Occorre davvero capire come riuscire a ricostruire i legami sociali, come ridare centralità alla “Community Care” in uno sforzo che nemmeno la legge 328/2000 (teoricamente perfetta praticamente, nei Piani di Zona, affaticata) è riuscita a colmare. Ovvero capire come riproporre sul tavolo delle politiche sociali locali un tema (il prendersi cura) centrale nelle logiche del cambiamento di tipo epocale (la comunità locale che si riprende cura dopo decenni delle persone che vivono lo la dimensione spazio-temporale dei luoghi).

Ed è proprio a partire da questa contestualizzazione strutturale che va collocato il tema del badantato (pessima definizione che svilisce profondamente chi è deputato a prendersi cura). Un fenomeno multivalente e poliedrico che vede come protagoniste queste “donne globali”, colf e bandanti, donne del sud che si prendono cura degli uomini del nord, spesso vittime di tratta e di sfruttamento, in balia di un mercato del lavoro debole, fortemente flessibile (cfr. manodopera a basso costo ed a bassa contrattualità) all’interno (fino ad ora) di una legislazione (la Legge 189/2002) impraticabile e restrittiva in una condizione di semi invisibilità (cfr. si parla di oltre 500.000 badanti; cfr. l’emersione del lavoro nero), delegate in toto nel prendersi cura (colf, tate, badanti, semi-infermieri).

Sono donne sole, che abbandonano tutti gli affetti nei paesi di origine e vivono una totale mancanza di relazioni nelle città dove prestano le cure. Donne che prima di essere assistenti familiari sono donne immigrate e dunque figlie di mondi distanti da quello occidentale, con il conseguente paradosso del trasferimento della cura da sud-est a nord-ovest, un passaggio non sempre facile, per la distanza tra i sistemi di cura di Paesi difformi. Donne che devono gestire forti aspettative nei loro confronti, compresa la capacità di gestire una relazione di potere tra committenza e offerta, un elemento che va tenuto fortemente in considerazione nella strutturazione delle relazioni tra co-attori sociali.

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A fronte di questo persistono il lavoro nero, lo sfruttamento, la tratta, perché è evidente l’impossibilità di molte famiglie di reggere l’impatto economico di un’assistente familiare in regola. Inoltre manca la definizione di uno specifico profilo professionale (e quanti ancora ne mancano nel sociale!). Però esiste uno spiraglio di speranza. In alcune regioni si stanno costruendo dei percorsi formativi ad hoc,  sperimentazioni virtuose che forse occorre sistematizzare a livello nazionale. E, dal 13 febbraio 2007, c’è il nuovo contratto di lavoro che per la prima volta riconosce le “assistenti familiari” e “badanti” alle persone non autosufficienti. Si spera sia un primo passo di forte impatto sulla costruzione di nuovi scenari di welfare comunitario.

Ciò che manca ora è la capacità di inserire il mondo delle badanti dentro la costruzione delle politiche di cura e di welfare comunitario; costruire delle politiche integrate di cooperazione internazionale (conoscenza etnica-formazione profili congiunta- mercato del lavoro condiviso… titoli di studio riconosciuti); creare un sistema locale di accompagnamento degli operatori sociali e di strutturazione e manutenzione delle reti per la costruzione sensata della qualità sociale e del benessere collettivo dei cittadini.

Ed è proprio a partire proprio da questo concetto di cittadinanza che dovremo provare a rileggere e ricollocare queste persone, non più nella logica della pietà ma del diritto.

Politiche del lavoro per donne immigrate

Occorre attivare una riflessione articolata e complessiva sulle donne immigrate che si vogliono specializzare in interventi di cura, nel loro impatto con la vita quotidiana (dalla spazialità della presenza alla temporalità dei processi, dalla persistenza al cambiamento, dalla normalità alla devianza) dentro cui cogliere la variabile dell’inclusione socio-lavorativa.
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Ovvero, è necessario interrogarsi su come superare il grande teorema del Fondo Sociale Europeo (per il quale l’unica strategia di abbassamento del disagio sociale è costituita dalla costruzione univoca di interventi di tipo formativo-occupazionale). Come superare la dissonanza cognitiva dei Fondi Strutturali per la costruzione di politiche di reale inclusione socio-lavorativa (l’orientamento ed il bilancio delle competenze, la formazione personalizzata, la formazione pratica in impresa, le misure di accompagnamento e sostegno, il microcredito, l’accesso ai sistemi assicurativi e bancari…). Come costruire interventi strutturali (abitazione, costruzione della vivibilità, sviluppo locale, accesso ai servizi sociali, accesso agli asili-nido…) per una globale “ridefinizione” e “ricollocazione” delle “assistenti familiari”. Come superare una duplice radicalizzazione: da una parte l’esaltazione del work-fare (con molti vincoli e poche flessibilità), dall’altra l’invenzione della pseudo-occupazione (l’importante è che facciano qualcosa…);

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  • Dentro i percorsi di inclusione socio-occupazionale

= Le debolezze strutturali (l’occupazione, un problema per tutti, l’attuale mercato del lavoro, soprattutto quello di cura- le criticità presenti nel mondo dell’impresa sociale e della cooperazione sociale- gli appalti- l’ingorgo e la frammentazione dei servizi di inserimento- le relazioni ambivalenti tra i nostri “tentativi occupazionali” con le imprese produttive- il fatto che le nostre ONG non hanno il codice genetico imprenditoriale- la finanza distante dal sociale e la finanza etica che non c’è…..);

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= Come sdoganare-valutare-validare i nostri lavori in corso realizzati con tanto impegno, ingegno, passione e …costi (borse lavoro, ergoterapia, cantieri sociali, laboratori di inserzione occupazionale, laboratori di transizione al lavoro, formazione pratica in impresa, cooperative sociali di tipo “B”, Iniziative Comunitarie da Occupazione ad EQUAL, Sovvenzione globale e piccoli sussidi-delegato sociale, contratti- proposti da imprese produttive- “ad hoc” per donne immigrate…)

= Come inserire nel mercato del lavoro il nostro target group (donna, immigrata, spesso irregolare, oggetto di tante rappresentazioni: deviante, sfaticata, non avvezza a guadagni bassi con duro impegno lavorativo, con competenze professionali residuali, comprabili….) e come costruire competenze mediative (da parte delle ONG) per l’inclusione socio-lavorativa dei nostri gruppi target nelle imprese produttive;

= Rinegoziazione delle politiche di inclusione socio-occupazionale

≥ Valorizzazione e centralità dei percorsi individualizzati (reddito di inclusione finalizzato- misure di accompagnamento e sostegno, ovvero casa, servizi, voucher, presalario….)

≥ Rivisitazione della legislazione del lavoro (dalla valorizzazione degli art.13 e 14 della Legge 30, ovvero la Biagi, alla riforma della legge 381/91 sulla cooperazione sociale, alla comprensione dell’impatto della nuova legge sull’imprenditoria sociale sui nostri target group);

Osservatorio Mercato del lavoro sociale (dentro cui strutturare una connessione tra domanda e offerta);
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Imprenditrici (da vittime a cittadine, da problema sociale a risorsa, da badante ad imprenditrice, attraverso la capacità di entrare nel mercato del lavoro, sviluppando un business plan, attivando il microcredito, fruendo delle misure per l’autoimpiego, avendo attori locali, pubblici e privati in grado di offrire una sorta di corresponsabilità economica in solido….)